Resca, Confimprese: «Israele: retail italiano ancora assente. Ma gli spazi di inserimento non mancano»

(Milano, 30 novembre 2017) – C’è ancora molto da fare in Israele per i retailer italiani. E non solo perché il Paese è piccolo e conta su un commercio tradizionale e prettamente locale, ma anche perché il made in Italy ha ancora ampi margini di crescita. Bassa la popolazione, 9 milioni di abitanti, 36.7 mila dollari il reddito pro-capite, -0,3% l’inflazione, solo il 4,4% il tasso di disoccupazione. Lo spazio dedicato al retail è di 9.8 milioni mq contro i 60 milioni dell’Italia, Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa sono le principali città a vocazione commerciale.

Queste le evidenze de convegno Retail Business in Israele: overview del mercato e opportunità per i retailer italiani’, organizzato da Confimprese per analizzare le opportunità di un mercato poco conosciuto ma che potrebbe essere un presidio di interesse per diffondere il made in Italy.

«A fronte di un Paese – dichiara Mario Resca, presidente Confimprese – dove il retail straniero è pressochè assente, stupisce la presenza di 418 centri commerciali, di cui il 17% mall e il 16% shopping center di vicinato. Le principali società di real estate sono israeliane e possiedono il 40% circa del totale mercato con Mesilron in testa con 20 mall, seguito da Azrieli, Big e Gindi. E’ qui che il retail italiano può inserirsi aprendosi un varco tra gli spazi commerciali ancora disponibili. Tra i settori dove il made in Italy è guardato con attenzione vi è la gioielleria, che considera il prodotto italiano di alta qualità. Anche nel fashion ci sono buone opportunità di sviluppo: attualmente dominano soprattutto le catene israeliane come Castro, Fox e Renuar accanto a quelle straniere come Zara, Bershka ed H&M, ma i marchi famosi attirano e gli spazi di inserimento sono ancora tutti aperti, l’interesse per il prodotto straniero, soprattutto abbigliamento e calzature sportive, si sta facendo strada».

Diversa la situazione nel food, regolamentato da quote, etichettatura, regole kosher e dazi che sui prodotti stranieri possono anche essere molto alti come nel caso della carne. Delicatessen e food hall sul modello americano di Chelsea Market (Sarona, Namal, Ramat Hachayal) sono sempre più numerose così come il fenomeno di chef, Tv show e scuole di cucina, ma al momento si tratta di un segmento ancora piuttosto chiuso allo sbarco delle catene straniere.

«L’ICE-Agenzia ha accolto molto volentieri la sfida di partecipare a questo evento selezionando un primo gruppo di operatori israeliani interessati ad incontrare imprese italiane – afferma Massimiliano Guido, responsabile dell’ufficio ICE-Agenzia di Tel Aviv –. L’obiettivo del contributo pubblico è quello di suggerire un indirizzo strategico e un supporto logistico sui mercati presidiati, facilitando le aziende nel cogliere le opportunità offerte dal mercato locale. Israele rappresenta una realtà economica di primaria grandezza con comportamenti di consumo e sistemi distributivi molto simili a quelli europei. La massiccia presenza di beni di consumo italiani nei negozi al dettaglio rappresenta la migliore preparazione del consumatore per orientare le scelte verso prodotti che domani potranno essere venduti nel sistema retail».

Quanto alla fiscalità è preferibile per retailer straniero adottare la formula della registrazione di una branch, in quanto si hanno gli stessi organi e ragione sociale della società italiana con trasferimenti alla stessa senza imposta sui dividendi e si può fare richiesta di esenzione della trattenuta di imposta nei pagamenti dei clienti. Gli stipendi per la manodopera locale multilingua e qualificata vanno da un minimo di 1200 a un massimo di 2.300 euro mensili. È inoltre previsto un minimo di 4.600 euro solo per lavoratori esperti con apposito permesso e con qualifiche non reperibili in Israele.