Resca, Confimprese: «Stop al pagamento dei canoni d’affitto. Necessario riconoscere le conseguenze di Covid-19 come causa di forza maggiore»

 

RICHIESTE CONFIMPRESE AL GOVERNO

I decreti governativi per l’emergenza continuano a trascurare il commercio. L’Associazione si fa portavoce del grido d’allarme dei suoi 350 brand commerciali che, con i negozi chiusi da oltre un mese, hanno perso il 95% dei fatturati. Un negozio su 3 non riaprirà più. Il 14 aprile parte una campagna di comunicazione per promuovere il dialogo sul tema canoni di locazione

Milano, 10 aprile 2020 – Con il commercio al tracollo e i negozi chiusi da oltre un mese, fatturati in flessione fino al 95% e costi di personale, gestione, materie prime e affitti da sostenere, Confimprese parte con la richiesta di annullamento dei canoni di affitto. E lo fa anche attraverso una massiccia campagna pubblicitaria, che partirà il 14 aprile.

«Si è creato un corto circuito tra retailer e proprietari immobiliari nei centri commerciali e centri città sui canoni d’affitto – spiega Mario Resca, presidente Confimprese (350 brand commerciali, 40mila punti vendita e 700mila addetti) –, con cui non riusciamo ad avviare un tavolo di lavoro comune. Chiediamo la rinegoziazione dei canoni calmierati nella fase 2 del post-emergenza, possibilmente solo sulla percentuale del fatturato fino a quando il mercato non si riprende. Il Centro Studi Confimprese certifica che il 90% delle imprese associate ha revocato i sepa per il pagamento anticipato dei canoni d’affitto per il trimestre aprile-giugno. È inevitabile che si creino tensioni con le proprietà immobiliari».

È auspicabile che ai proprietari di immobili ad uso commerciale venga concesso, alla riapertura, un credito d’imposta laddove trovino un accordo sulla rinegoziazione dei canoni. Dovranno potere usufruire di benefici fiscali attraverso un meccanismo mirato sia ad evitare la tassazione ordinaria dei canoni non percepiti sia sgravi fiscali proporzionali ai canoni non corrisposti. Quanto ai retailer è necessario che si riconosca il credito d’imposta rivisto dall’art. 65 del Cura Italia estendendolo a tutte le tipologie contrattuali e categorie catastali e alle attività che pur non essendo state chiuse, in quanto ritenute essenziali, hanno subito comunque gli effetti negativi della crisi economica, registrando un drastico calo del fatturato anche in questa seconda fase.

Questa la principale richiesta di Confimprese ha presentato alle istituzioni. Tuttavia, ritenendo che il Cura Italia non abbia preso sufficientemente in considerazione il commercio, l’Associazione chiede con urgenza di riconoscere i seguenti punti:

  1. ridurre le rate di acconto dell’Irpef e delle relative addizionali, dell’Ires e dell’Irap dovute per il periodo d’imposta in corso
  2. riconoscere le conseguenze del Covid-19 come causa di forza maggiore
  3. prorogare la lotteria degli scontrini al 1 gennaio 2021
  4. abbattere le commissioni per gli incassi tramite Pos

La gravità della situazione trova conferma nei sondaggi elaborati dal Centro Studi Confimprese. Dopo quello sulla Lombardia in merito alla riapertura delle attività commerciali e alla relativa salvaguardia dei posti di lavoro nella fase 2 del post-emergenza, da cui è emerso che un negozio su 3 non riaprirà le saracinesche, il 9 aprile sono usciti i dati sul Piemonte, dove il 40% dei negozi resterà chiuso per sempre a fronte di una flessione degli incassi che, a seconda della tipologia e dell’ampiezza dei negozi, va da 100mila a 4 milioni di euro.

«Prevediamo che in tutta Italia il 30% dei negozi non riuscirà più ad aprire. Nel tempo spariranno molto retailer, perchè non ce la faranno a sopravvivere» conclude Resca.


Ufficio Stampa Confimprese
Laura Galdabini
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