Lettera di Mario Resca a Fabio Tamburini, direttore Il Sole 24 Ore

Caro direttore,

in questi giorni, a causa delle giuste e rigorose misure imposte dal Governo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, si sta concretizzando il più temuto degli incubi per chi fa commercio: formalmente aperti per i costi ma chiusi per i ricavi.

Da settimane le serrande sono abbassate e gli incassi azzerati. Per molti esercizi commerciali le vendite perse in queste periodo non si recupereranno mai più. Una pizza non servita e un drink non bevuto sono un ricavo irrimediabilmente perso, mentre i canoni di affitto restano in vigore, così come il personale, le utenze, i contratti di manutenzione e via dicendo.

Quanto tempo può reggere il nostro tessuto commerciale ad un evento di questa portata senza che i danni diventino irreversibili? Non molto purtroppo.

Il commercio è stato colto da questa crisi già provato da altri fenomeni erosivi: l’e-commerce primo fra tutti ma anche il clima di incertezza e la scarsa propensione ai consumi, il calo demografico, la desertificazione commerciale di alcune aree urbane, e non da ultimo alcune scellerate decisioni della politica quali l’eliminazione dei voucher per i lavoratori occasionali, il mancato rinnovo della cedolare secca per gli affitti commerciali e l’insensata battaglia per le chiusure domenicali.

Senza dimenticare che chi vende scarpe, accessori, abbigliamento ha già subito per le vendite stagionali l’incertezza dovuta ai cambiamenti climatici ed ora rischia anche di rimanere con importanti stock di merce invenduta. Il rischio però è che quando ci sarà l’open day delle serrande alcune potrebbero restare abbassate, alcune riaprire forse più tardi e altre mai più.

Dobbiamo fare in modo che questo non accada. Il nostro tessuto commerciale va difeso, dalla piccola bottega ai grandi centri commerciali: sono un patrimonio della filiera turistico/ricettiva che contribuisce a fare dell’Italia uno dei Paesi più belli del mondo.

I turisti che torneranno a visitare il nostro Paese devono trovarci tutti aperti.

Ogni serranda che resta abbassata sarà una ferita di quel territorio, posti di lavoro in meno e una mancata opportunità di servizio e di consumi per residenti e visitatori.

Il Governo sta adottando misure che sembrano, magari anche comprensibilmente in questa prima fase, generaliste e non precisamente adattate alle diverse realtà economiche.

Un esempio per tutti: il credito d’imposta pari al 60% del canone di locazione del mese di marzo per locali accatastati C1 è una misura decisa certamente in buona fede, ma chi l’ha presa ignora che i locali nei centri commerciali hanno categorie catastali diverse e in molti casi il rapporto contrattuale è regolato da un affitto di ramo di azienda e non da una locazione.

Sono però quelli pagano gli affitti più alti, impiegano più personale, garantiscono maggiori orari di apertura e, proporzionalmente, pagano più tasse: Non meritano di essere aiutati anche loro?

Adesso è il momento di entrare in profondità. Chiediamo al Governo che d’ora in poi i provvedimenti siano mirati ed efficaci in base al danno che devono riparare, sappiano essere tempestivi e arrivare ai reali destinatari di quella misura in tempo utile, senza troppa burocrazia e necessità di essere interpretati. Vogliamo tornare ad aprire la serranda e vorremmo essere tutti.