Opportunità Stati Uniti per brands made in Italy e italian style
Intervento di Mario Resca, Presidente Confimprese
Confimprese, l'Associazione delle imprese del commercio moderno che ha ormai 82 Associati, oltre 250 marchi commerciali, 26.000 punti vendita solo in Italia, un fatturato di 25 mld di euro (pari all'1,7% del PIL 2006) e 400.000 addetti. La Mission di Confimprese, che raggruppa aziende leader nella distribuzione moderna attraverso reti dirette e in franchising, è da sempre quella di contribuire allo sviluppo di un moderno sistema Paese. Trasparenza del mercato, libera concorrenza, abbattimento della burocrazia sono obiettivi che Confimprese ha perseguito fin dall'inizio.
Secondo un recente studio dell'American Chamber of Commerce in Italy, il numero di aziende statunitensi in Italia è sceso dalle 1488 presenti nel 2005 alle 1421 nel 2006. L'Italia è l'unico Paese dell'UE nel quale gli investimenti statunitensi nell'industria (60,4%) ancora oggi superano quelli nel comparto dei servizi (36,7%). Questo perchè la burocrazia è particolarmente soffocante nell'area del commercio e dei servizi. Nel primo semestre 2007 l'apprezzamento dell'euro sul dollaro ha portato a registrare un sostanziale incremento delle nostre importazioni dagli Stati Uniti (8,8%). Il nostro Paese si aggiudica però solo l'1,2% del totale degli investimenti USA all'estero collocandosi, con poco più di 29 mld di dollari al 20esimo posto, e confermando un trend in essere dal 2000.
Nella classifica dei 20 principali fornitori degli Stati Uniti nel 2006 l'Italia si è confermata al 12esimo posto, con un totale di 32,7 miliardi di dollari di esportazioni (rispetto ai 12,6 miliardi esportati dagli USA in Italia) e una quota di mercato che è passata dall'1,86% del 2005 all'1,76% del 2006 (dati ICE). Per il primo semestre del 2007 l'Italia ha guadagnato una posizione in graduatoria attestandosi all'11esimo posto con 16,6 mld di export (+ 3,4%).
Per esportazioni l'Italia si è classificata all'ultimo posto tra i Paesi del G7 (classifica che vede al primo il Canada, seguito da Giappone, Germania, Inghilterra e Francia). Anche la quota di mercato dell'Italia negli Stati Uniti all'interno dell'UE è passata dal 13,55% del 2005 al 13,31% del 2006. Le esportazioni italiane verso il mercato americano nel primo semestre 2007 si sono concentrate nei seguenti comparti: meccanica (21%), moda (18%), agroalimentare e vini (9%), petrolchimica (7.4%), casa/arredo (7.4%), prodotti a tecnologia avanzata (7%).
Secondo un recente studio realizzato da Kpmg, nel 2007 le acquisizioni realizzate dalle aziende italiane in territorio americano sono state 23 per un totale di 7,7 mld di euro (+ 32% rispetto al 2006). I settori più interessati sono stati quelli dell'alimentare, del chimico-petrolifero e dell'informatico-tlc; in ognuno di essi si sono registrate tre acquisizioni italiane negli ultimi 5 anni. Tra queste ci sono le tre operazioni di Campari tra il 2006-'07, le due effettuate da Autogrill, oltre a quella di Eni che ha speso 3,6 mld per acquisire Dominion e potersi così espandere nel Golfo del Messico, di Luxottica 1,5 mld per gli occhiali Oakley - e Lottomatica con Gtech (3,8 mld).
Da questo quadro appare evidente che, da un lato, il minidollaro sta aumentando l'interesse delle aziende italiane nei confronti delle concorrenti d'Oltreoceano. Dall'altro, però, le nostre imprese devono continuare a fare i conti con i cronici fattori frenanti legati al Sistema Italia: la grande incidenza di PMI a gestione familiare, la storica debolezza del settore bancario e finanziario, l'eccessiva burocratizzazione, la pressione fiscale, l'oggettiva maggiore attrattività sia per le imprese italiane che per quelle americane di Paesi emergenti come la Cina o l'India.
Le relazioni tra Italia e Stati Uniti possono e devono essere incrementate. Per poter sfruttare le opportunità offerte dal mercato statunitense, è necessario superare il "nanismo" tipico delle nostre imprese attraverso fusioni e consolidamento per acquisire maggiore capacità competitiva.
E' necessario difendere il "made in Italy", l'unico grande valore del nostro Paese che, come tale, va tutelato, promosso e incentivato.
Nel settore agroalimentare, per esempio, uno studio dell'ICE ha evidenziato come solo il 10% dei prodotti agroalimentari presentati al consumatore americano come "italiani" siano poi effettivamente "made in Italy", mentre nel 90% dei casi si tratta di imitazioni o contraffazioni.
Il primo passo ovviamente va fatto in Italia. E' ora di cominciare a considerare la contraffazione come un problema nazionale. Le Istituzioni devono affrontare il problema in maniera decisa colpendo tutti gli anelli della catena produttiva e distributiva.
Le aziende presenti oggi al nostro tavolo, insieme ad altre, sono tra quelle storicamente presenti negli Stati Uniti e la loro esperienza deve spronare tutti noi a rafforzare e consolidare la nostra presenza commerciale ed economica negli Stati Uniti. L'attuale quota di mercato dell'Italia deve essere migliorata e sostenuta con incisive azioni promozionali di ampio respiro. Il saldo attivo della bilancia commerciale bilaterale rappresenta un segnale inequivocabile di una forte capacità di penetrazione commerciale delle nostre aziende, ancora lontana dall'aver raggiunto il suo potenziale.
Anche nell'affrontare il mercato statunitense non dimentichiamoci però di mettere al centro della nostra strategia il consumatore, che deve essere reso consapevole della qualità, dell'innovazione e del design che contraddistinguono il "made in Italy" e percepirlo come plus rispetto ai prodotti di altri Paesi concorrenti dell'UE, oltre al Giappone, la Cina, la Corea del Sud e Taiwan.
